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ATTIVITA’ DI TEAM BUILDING PER DOCENTI DELL’INCLUSIONE

Il docente di sostegno oltre il metodo: perché pescare una carta è un atto pedagogico

…. magari da utilizzare come incontro di formazione

 

Quel “peschi una carta e faccia una riflessione sul suo modo di essere docente di sostegno” è, in realtà, una scelta pedagogica molto chiara e netta: sta dicendo che

  • il docente di sostegno non è definito da un metodo (Esiste il metodo? Esite un metodo?)
  • non è riconoscibile da una teoria
  • non si misura per accumulo di strategie

ma per la qualità dello sguardo, per le domande che sa tenere aperte, per la posizione etica che assume ogni giorno.

La carta non è un test. È uno specchio. È utile perché:

  • sospende il linguaggio tecnico
  • toglie l’appiglio dell’autore “giusto”
  • mette l’adulto nella condizione dell’alunno: incertezza, esposizione, vulnerabilità

Esattamente la condizione che vivono le persone che il docente di sostegno accompagna. Se riesco a stare lì, senza difendermi dietro la teoria, allora posso stare anche accanto a chi impara con fatica.

Utilizzare ed interrogarsi con le carte ci dice Non mi interessa se sai citare Vygotskij o Bronfenbrenner. Mi interessa sapere se sai interrogarti.”

Perché il docente di sostegno:

  • non applica risposte
  • sostiene processi
  • non occupa il centro
  • regge lo spazio

La carta diventa così una mediazione: tra me e il mio ruolo, tra ciò che so e ciò che faccio, tra intenzione educativa e pratica quotidiana. Essere docente di sostegno, per me, significa accettare di non avere sempre una risposta pronta, ma di restare nella relazione. La carta che ho pescato non mi chiede cosa so fare, ma come sto: con gli studenti, con i colleghi, con i limiti del sistema e con i miei. Mi ricorda che il sostegno non è un ruolo di supplenza o di riparazione, ma una postura professionale fondata sull’ascolto, sulla responsabilità condivisa e sulla fiducia nei processi di crescita, anche quando non sono lineari.

 

Perché le carte di Settenove hanno un senso formativo e pedagogico 

Perché sono:

  • antidoto alla pedagogia performativa
  • strumenti che chiedono presenza, non bravura
  • linguaggio comune, non gerarchico

e perché dicono, senza dirlo esplicitamente, che: l’inclusione non è una tecnica, è una scelta quotidiana.

La carta come atto di mediazione

Nel momento in cui diciamo “pesca una carta e riflettiamo sul nostro modo di essere docente di sostegno”, stiamo mettendo in atto una mediazione a tutti gli effetti.

La carta: non dà risposte, non spiega, non guida in modo prescrittivo ma crea uno spazio tra stimolo e risposta, tra l’input, che non sempre possiamo scegliere e l’output che decidiamo di restituire. Questo spostamento, il tempo necessario per decodificare l’input e a dare la risposta è l’elaborazione   

Esattamente ciò che fa il mediatore.

Non ti chiede di dimostrare, ma di dare senso. Non valuta il contenuto, ma la qualità del processo riflessivo.

La carta non serve “per dire cose giuste”, serve per pensare meglio.

La CAA: non il simbolo, ma la scelta di accesso

Usare una carta (parola, frase breve, concetto chiave) è già una scelta CAA-oriented, anche con adulti normolettori.

Perché la CAA non è:
solo per chi “non parla”
solo simboli PCS

È:
riduzione della complessità linguistica
ancoraggio visivo-concettuale
possibilità di accesso plurimo al significato

L’utilizzo della carta quindi :

  • abbassa la soglia di accesso
  • sospende la retorica accademica
  • rende tutti potenzialmente competenti

La carta diventa un comunicatore simbolico ad alto livello.

 

Valutazione autentica: ciò che è stato valutato davvero

Avviare una discussione usando le carte come medium non è una valutazione delle conoscenze.
È una valutazione autentica, perché osserva:

  • capacità di riflessione su di sé
  • consapevolezza del ruolo
  • coerenza etica
  • capacità di stare nell’incertezza

Esattamente ciò che poi chiediamo agli studenti.

Non: “Dimmi cosa sai” ma: “Fammi vedere come pensi, come ti posizioni, come dai senso” La carta è una situazione-problema aperta, senza soluzione corretta.

 

L’uso delle carte non è un’attività accessoria, ma una scelta pedagogica coerente con la mediazione, la CAA e la valutazione autentica. La carta funziona come oggetto terzo: rende accessibile il pensiero, sostiene la riflessione e permette di valutare processi, non prestazioni. È lo stesso principio che dovrebbe guidare i docenti ma i professionisti in generale nella loro opera di autocritica ed autovalutazione: non cosa so, ma chi sono come docente e professionista.

Utilizzare le carte mi permette di eseguire un esercizio di pensiero argomentato. Le carte non ci ha detto cosa fare, ma ci ha costretto a prendere posizione sul tempo, sull’inclusione e sul nostro ruolo.

 

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